Quale liberalismo nell’Italia di oggi?
Emilio Carnevali
www.micromega.net
Si è svolta a Genova la Conferenza nazionale sul lavoro del Partito democratico. Dario Di Vico sul Corriere ha messo in guardia dai pericoli legati alla svolta neo-laburista della segreteria Bersani. Ma che la sinistra riformista italiana abbia avviato un serio ripensamento autocritico sul suo ultimo ciclo di governo è un segnale incoraggiante per le prossime e difficilissime sfide che la attendono.
Lo spettro della “double dip”, la doppia recessione, si aggira per il mondo. Il petrolio che si mantiene attorno a quota 100 dollari al barile, la contrazione dell’economia giapponese dovuta alla tragedia del terremoto, le difficoltà della ripresa americana e la crisi del debito sovrano nelle periferie dell’area euro contribuiscono a rendere assai cupo il nostro orizzonte di medio periodo.
In Italia a tutto ciò si sommano la crisi profonda di un governo imprigionato nella lenta parabola di declino del suo leader e l’inizio di una fase di transizione che si annuncia travagliata e dagli esiti incerti. In tale contesto è da apprezzare la scelta del principale partito dell’opposizione, il Partito democratico, di dar vita ad una grande Conferenza nazionale a Genova (17 e 18 giugno) sui temi dell’economia e del lavoro il cui slogan è stato “Il lavoro prima di tutto”.
Sabato il Corriere della Sera ha dedicato a questo evento l’editoriale di prima pagina di una delle sue firme di punta, Dario Di Vico, il quale ha sviluppato alcune riflessioni sull’evoluzione della cultura economico-politica del Pd targato Bersani rispetto ai tempi della segreteria Veltroni, quest’ultima descritta come «il momento in cui il liberalsocialismo italiano è sembrato darsi le ali per volare». Ora invece il partito «si sta muovendo in tutt’altra direzione. Si sta attrezzando a recuperare una visione più tradizionale che per comodità definiremmo neo-laburista».
Di Vico ha analizzato alcune delle ragioni profonde di questa svolta, a partire dal «perdurare della Grande Crisi» e dalla «percezione diffusa che il grosso dei costi sociali debba ancora essere pagato», ma la sua valutazione complessiva è ispirata dalla sostanziale preoccupazione che la “svolta laburista” faccia perdere al Pd «il credito conquistato in questi anni negli ambienti più attenti alla cultura di mercato». «Se i problemi sono laburisti», così si concludeva l’editoriale, «nell’economia di oggi, e con le scadenze che attendono il nostro Paese – le soluzioni continuano ad essere liberali».
Poiché il nostro giudizio coincide con quello di Di Vico sul piano dell’analisi (le ragioni della svolta), ma non su quello della valutazione (ci sentiamo di salutare come un fatto positivo l’evoluzione in corso) può forse essere utile non lasciar cadere il dibattito e aggiungere due chiose a quelle riflessioni: la prima di carattere storico (di storia delle idee), la seconda, ben più importante, legata ad un tema quanto mai attuale, riassumibile nella domanda: quale liberalismo per l’Italia di oggi?
Il liberalsocialismo è una tradizione politica che in Italia risale essenzialmente a pensatori come Guido Calogero – fondatore nel 1936 del movimento liberalsocialista insieme ad Aldo Capitini – e all’opera di Carlo Rosselli Socialismo liberale. Per Rosselli il liberalismo non coincideva affatto con il liberismo economico: era piuttosto un metodo, un “patto di civiltà”, che «per quanto non sia suscettibile di definizione rigida, si può dire che si concentri» nel «solenne riconoscimento di taluni diritti fondamentali della persona definitivamente acquisiti dalla coscienza moderna (libertà di pensiero, di riunione, di stampa, di organizzazione, di voto, ecc.)».
Spesso il liberalsocialismo viene tirato in ballo per conferire una maggiore dignità intellettuale al “liberismo di sinistra” che nell’ultimo ventennio ha caratterizzato la teoria e l’azione politica dei partiti progressisti europei variamente ispirati alla Terza Via di Tony Blair e Anthony Giddens. Ma se nel mondo contemporaneo ci sono degli eredi del liberalsocialismo di Calogero e Rosselli non è certo lì che vanno cercati (segnaliamo a questo proposito il bel saggio di Stefano Petrucciani sugli “Azionisti del terzo millennio” pubblicato in MicroMega 2/2010).
Contrapporre liberalsocialismo e laburismo “tradizionale” non ha senso perché è proprio nel laburismo inglese del grande piano Beveridge, il monumento più luminoso del welfare novecentesco, che i liberalsocialisti trovarono la più concreta attuazione politica delle proprie teorie. Nel suo saggio intitolato Laburismo e liberalsocialismo, scritto in occasione della visita in Italia del leader laburista inglese Clement Attlee, Calogero salutava «i rappresentanti del laburismo e del sindacalismo britannico ed americano» – era l’America del New Deal di Roosvelt e della guerra al nazifascismo – come «i naturali ambasciatori del liberalsocialismo mondiale».
Ma veniamo a considerazioni meno “libresche”. Tutti possono convenire sul fatto che l’Italia sia un paese “bloccato”. Soffre di uno strutturale problema di crescita che risale a ben prima degli anni della crisi, come Mario Draghi ci ha ricordato nel corso della sua ultima relazione annuale da governatore della Banca d’Italia. Ed è “bloccato” anche perché soffre di una carenza che ai liberali in particolar modo dovrebbe sembrare dolorosa e grave: l’assenza di mobilità sociale, ovvero del meccanismo che in ambito liberale incarna la formula più opportuna di applicazione del principio di uguaglianza, quella delle “pari condizioni di partenza”.
L’Italia è uno dei paesi europei nei quali è più alta la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze, oltre ad essere uno di quelli con maggiore disuguaglianza nei redditi. Ricerche molto recenti dimostrano come vi sia un’alta correlazione fra la disuguaglianza corrente (misurata con il coefficiente Gini) e la sua trasmissione da una generazione all’altra (coefficiente β). Dove maggiore è la disuguaglianza fra gli individui è anche maggiore la probabilità che i figli ereditino la condizione sociale dei genitori, come avviene frequentemente, oltre che in Italia, nei due paesi da sempre sbandierati dai cantori del liberismo di sinistra – sedicenti liberalsocialisti – come il paradiso della “pari oppurtunità”: Usa e Gran Bretagna.
L’Italia è un paese caratterizzato da disuguaglianze stridenti e inaccettabili: solo aggredendo questa situazione, che affonda le proprie radici in un mercato del lavoro dove la precarietà è diventata una vera emergenza sociale oltre che un freno allo sviluppo, sarà possibile mettere in campo anche una politica autenticamente “liberale”, cioè di modernizzazione complessiva del sistema e di rilancio della mobilità sociale.
«Oggi nella recessione siamo tutti sulla stessa barca», ha detto a Genova il responsabile economia e lavoro del Pd Stefano Fassina. «È vero. Ieri però quando i profitti c’erano eravamo in barche diverse. Pochi andavano tanto avanti e troppi rimanevano indietro». Che la sinistra riformista italiana abbia avviato un serio ripensamento autocritico sul suo ultimo ciclo di governo, e sullo smarrimento indotto da quello che lo stesso Fassina ha definito il “pensiero unico neoliberista”, non può che essere accolto come un segnale incoraggiante per le prossime e difficilissime sfide che la attendono.
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Quali politiche macroeconomiche per l’Italia?
Antonella Stirati
www.economiaepolitca.it
L’approfondirsi della crisi in Grecia e le difficoltà economiche e sociali di altri paesi come la Spagna, insieme ai segnali di cambiamento politico in Italia, rendono molto importante che si apra un dibattito interno all’opposizione sul che fare nella politica economica italiana. In questa prospettiva mi sembra utile tornare a discutere del documento programmatico recentemente proposto dal Pd.
Come già segnalato in un precedente contributo alla rivista, la prima parte del documento, relativa alla situazione ed alle politiche economiche in Europa, segna una importante ed innovativa presa di posizione. Essa infatti pone al centro dell’analisi la necessità di una crescita della domanda interna in Europa come condizione ineludibile per una ripresa della crescita e dell’occupazione.
Da questo scaturisce la critica delle politiche di austerità attualmente perseguite in quanto, vi si afferma giustamente, esse rendono più incerto lo scenario macroeconomico e invece di attenuare le tensioni sui mercati finanziari contribuiscono ad alimentarle. Ne conseguono proposte alternative a livello europeo centrate sulla creazione di istituzioni e strumenti volti a ridurre drasticamente i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi potenzialmente o effettivamente sotto attacco da parte della speculazione finanziaria internazionale, sulla realizzazione di un programma di investimenti finanziati da emissione di titoli europei e su politiche di redistribuzione del reddito.
Tra queste ultime in particolare la proposta di applicare uno “standard retributivo” ai paesi europei (discussa anche su questa rivista) che vincoli tutti i paesi ad una crescita dei salari almeno pari a quella della produttività, mentre le economie, come la Germania, che hanno un avanzo nella bilancia commerciale, dovrebbero realizzare una crescita dei salari maggiore della crescita della produttività.
Questa misura contribuirebbe al perseguimento di diversi obiettivi: porre un freno alla deflazione salariale come strumento per la competizione internazionale; sostenere i redditi da lavoro e la domanda interna, favorendo per questa via l’occupazione e il riequilibrio dei conti pubblici; determinare una crescita maggiore della domanda e del costo del lavoro nei paesi in avanzo commerciale, contribuendo così anche alla riduzione dei disavanzi esteri delle economie “deboli”, permettendo loro di esportare di più verso i paesi ora in surplus commerciale.
L’impostazione generale appena descritta (sebbene debba essere ulteriormente articolata e precisata) è del tutto condivisibile, e ha una evidente assonanza con le posizioni espresse dagli oltre 250 firmatari della Lettera degli economisti resa pubblica nel giugno scorso. Tuttavia si nota nel documento un forte scarto quando dall’analisi della situazione europea si passa a quella dell’Italia e si delineano le proposte di politica economica per il paese. Qui gli obiettivi proposti sono certamente condivisibili: aumento dei tassi di occupazione e di attività femminile[1] e aumento della produttività.
Su entrambi i fronti infatti l’economia italiana è indietro e ha perso terreno rispetto ai partner europei. Il problema, però, è che sparisce da questa parte del documento ogni riferimento a politiche volte a far crescere la domanda aggregata interna, sebbene questa sia la condizione necessaria perché possano davvero realizzarsi entrambi quegli obiettivi, e in particolare il primo.
La crescita dell’occupazione femminile è bloccata in Italia non tanto dalla carenza di servizi ma, soprattutto, dalla mancanza di opportunità di lavoro. I tassi di attività e di occupazione femminile sono infatti terribilmente bassi al Sud, dove le opportunità di lavoro sono così scarse che anche i tassi di attività maschili sono molto al disotto di quelli delle altre regioni italiane (il tasso di attività maschile al Nord è 78%, 12 punti in più che al Sud dove si attesta al 66%; per le donne la differenza sale a quasi 25 punti tra il 60,5% del Nord e un infimo 36% al Sud). Secondo l’Istat, quasi il 40% delle donne inattive nelle regioni meridionali dichiara di non essere alla ricerca di una occupazione perché convinta di non poterla trovare.
In questa situazione, la creazione di condizioni più favorevoli alla conciliazione tra vita familiare e lavoro è certamente auspicabile, e contribuirebbe di per sé a creare opportunità di occupazione per le donne come lavoratrici proprio in quei servizi (come asili, assistenza agli anziani) necessari a favorire quella conciliazione. Tuttavia questo non può essere sufficiente a determinare un aumento dell’occupazione complessiva se avviene non in un quadro macroeconomico di espansione della domanda, ma al contrario in un contesto di taglio complessivo della spesa e del welfare.
Il punto è che quando si parla dell’Italia, l’unico riferimento ad una espansione della domanda è nel rinvio ad un mutamento delle politiche economiche in Europa, mentre d’altro lato si manifesta piena adesione alle politiche di austerità chieste al nostro paese, come mostrano le reazioni del Pd alla relazione del Governatore Draghi. Ciò elude scelte ed assunzioni di responsabilità certamente molto difficili ma a cui non ci si può sottrarre.
Se non si riesce a far procedere una diversa politica macroeconomica a livello europeo, quali sono le proposte della sinistra per il nostro paese? Seguire le orme di Grecia e Spagna, e accettare le politiche di forti tagli alla spesa pubblica, che generano recessione e disoccupazione, si dimostra sempre più un suicidio per l’economia e per il mondo del lavoro, oltre che la via ad una probabile sconfitta politica.