Laicità: uno spazio per tutti

di Daniele Garrone
da www.riforma.it, 31 agosto 2010

In democrazia l’uguaglianza è la parità di diritti dei diversi. La laicità non è un contenuto ideologico o una serie di valori contrapposti a quelli religiosi. Il cristianesimo ha bisogno di laicità per essere rimando altrove e all’Altro

Che cosa intendiamo per «laicità»? La domanda non è oziosa, visto che da anni si è capziosamente introdotta la distinzione tra una laicità sanamente intesa o rettamente compresa, cioè quella che piace alle gerarchie cattoliche, e «laicismo», termine con il quale si bollano posizioni che ad altri, tra cui il sottoscritto, appaiono semplicemente come «laiche».

Nel suo ultimo volume, il prof. Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte costituzionale, propone la seguente definizione: «Laicità significa spazio pubblico a disposizione di tutti, per esercitare in condizioni di libertà e uguaglianza, i diritti di libertà morale (di coscienza, di pensiero, di religione, di culto ecc.) e per costruire a partire da questi la propria esistenza: uno spazio voluto dagli uomini indipendentemente da Dio … una città degli uomini in cui ci sia spazio per tutti, credenti e non credenti, non una città di Dio in cui ci sia posto solo per i suoi credenti» (Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo, Laterza, Bari 2010, p. 9).

La laicità, dunque, non è un contenuto ideologico, una serie di valori contrapposti a quelli religiosi, ma è uno «spazio» in cui tutti i diritti siano assicurati a tutti, «in condizioni di libertà e uguaglianza». In democrazia l’uguaglianza è la parità di diritti dei diversi, credenti di ogni orientamento e non credenti, sullo stesso piano.

Laicità sono le forme (giuridiche in primo luogo) che sanciscono e tutelano questo spazio di libertà paritaria per tutti. Questo spazio è definito «indipendentemente da Dio» per la semplice ragione che a Dio, sulla pubblica piazza, si rifanno diverse e talora opposte concezioni.

È stato dunque salutarmente necessario che la definizione dello spazio di libertà non fosse legata a questa o quella interpretazione di Dio e della sua legge. Si sono dovute separare la sfere, e lo stato moderno è stato concepito non come avverso alla religione, ma semplicemente neutrale.

È l’idea contenuta nel primo emendamento della Costituzione americana, che esclude la possibilità che lo stato faccia leggi che riguardino lo stabilimento di una religione o che ne proibiscano il libero esercizio.

Nel 1802, un’associazione battista del Connecticut richiese al presidente Jefferson di introdurre un esplicito orientamento cristiano per la nazione americana, ma egli con una semplice lettera – che però di fatto ha segnato fino a oggi la laicità americana – rispose che, con il principio appena menzionato, si era costruito «un muro di separazione tra chiesa e stato».

Che l’Italia sia ancora ben distante dalla laicità come l’abbiamo appena definita, è sotto gli occhi di tutti.

Già la Costituzione sovraordina la Chiesa cattolica (con l’art. 7) a ogni altra religione o confessione. Proviamo a immaginare se l’art. 7 non ci fosse. O se, sempre in assenza dell’art. 7, l’art. 8 si limitasse ad affermare per ogni religione l’uguale libertà di fronte alla legge. In Italia si griderebbe subito alla persecuzione … ma saremmo solo come gli Stati Uniti.

Poco meno di un secolo fa (1913), il deputato don Romolo Murri proponeva tra i parlamentari un’inchiesta sulla laicità che servisse a chiarire «i doveri, in proposito, di una democrazia di governo sinceramente, liberamente e coraggiosamente laica».

Le domande vennero pubblicate anche sulla rivista Riforma laica, che aveva il significativo motto «Libere fedi nello stato sovrano». In particolare due domande conservano una bruciante attualità: «Credete che sarebbe dovere della Democrazia affermare la sua concezione laica della vita pubblica e dell’attività statale con una più energica resistenza alle pretese clericali e con congrue riforme giuridiche?».

E ancora: «Ammettete che la religione o le religioni debbano essere poste sotto la semplice salvaguardia della libertà religiosa che lo Stato moderno garantisce a tutti i cittadini, salva la tutela della morale e dell’ordine pubblico, e che si debba quindi mirare all’abolizione di ogni posizione o diritto di privilegio dato ad alcuna chiesa in particolare?».

Le cose non sono certamente andate nella direzione auspicata da Murri. La chiesa cattolica riceve, con l’8 per mille, un finanziamento di tre volte superiore all’ultima «congrua»; beneficia di favori e privilegi in ogni ambito della vita pubblica; la libertà religiosa non è ancora attuata in termini di uguaglianza.

La classe politica subisce con insipienza e timorosa acquiescenza una vera e propria pressione clericale tesa a influenzare la legislazione non più con la pretesa esplicita di riferimenti cristiani, ma con un nuovo discorso, suadente per alcuni.

La chiesa cattolica, che si autodefinisce «esperta di umanità», si fa garante e interprete autentica dei diritti umani, contro il loro fraintendimento; spiega come si debba rettamente intendere la laicità; argomenta sulla base di un’etica che si pretende iscritta nell’umano e accessibile alla sola ragione, purché rettamente impiegata; insomma propone un’etica vincolante per tutti a prescindere dalla fede.

Nessuno obietta che questa morale naturale è semplicemente la visione cattolico-romana dell’etica, nulla di meno e nulla di più. Continuamente vengono pronunciati dei «non possumus» che in realtà vogliono dire «nessuno deve».

Tra l’altro, questo atteggiamento è particolarmente ingeneroso, perché è proprio grazie alle democrazie secolarizzate che è concessa a tutti la libertà di pronunciare personalmente dei «non possumus» che in passato avrebbero comportato discriminazioni e persecuzioni o addirittura sarebbero stati pagati con la vita.

A questa pretesa di egemonia morale universale, versione «post-moderna» di un atteggiamento inveterato, pochi sanno obiettare che la laicità è più universale, in quanto assicura a tutti libertà e uguaglianza: la legge sul divorzio non impedisce ai cattolici di vivere il matrimonio come sacramento; la libertà di disporre del proprio fine vita salvaguarda le scelte personali dei cattolici «per la vita», mentre l’adozione della «etica della vita» coarta i diritti di chi cattolico non è.

Di fronte a queste evidenti difficoltà «cristiane» ad accogliere la laicità come l’abbiamo definita all’inizio, c’è da chiedersi se invece i cristiani non dovrebbero semmai essere particolarmente zelanti in fatto di laicità proprio a partire da Gesù Cristo, che si espone «laicamente» alla discussione, che può essere compreso soltanto rimanendo sul piano del paradosso (la verità nella discutibilità; la potenza nella debolezza; la divinità nell’umanità; il Regno che viene dal basso e dai margini) e soprattutto, che si offre come promessa nella fede e non si erge a fondamento.

Il cristianesimo ha bisogno di laicità anche perché la sua testimonianza, resa come una delle opinioni sulla agorà, sia effettivamente un rimando altrove e all’Altro, senza tutele e senza ridurre Colui che ci apostrofa nella fede a un presupposto che tutti dovrebbero accettare.